INGORGHI – Raffaele Saccà  By

INGORGHI – Raffaele Saccà

Nel 1977 James Taylor era “parcheggiato” sulla freeway verso casa, bloccato nel traffico a causa dell’ennesimo ingorgo, pensando alla sua cena che si sarebbe raffreddata; cantava, quasi ad esorcizzare quel reiterarsi di sguardi persi negli specchietti retrovisori di chi come lui era in coda verso casa.

A distanza di quarant’anni, verosimilmente, dalle macchine di Raffaele Saccà rimbalzano stralci di conversazioni, la sensazione e il disagio di essere prigionieri in gabbie di lusso o in carcasse di ferro: segnali di un’umanità persa nel caos del traffico, nell’illusione che il contenitore possa fare la differenza.

Uomini in fila, in attesa di una ripartenza per liberarsi da una condizione imbarazzante e claustrofobica.

Macchine, mezzi pesanti di ogni epoca e in ogni dove; modellini giocattolo che diventano arte per denunciare una forma di violenza che ci accomuna e che crea una forte empatia.

Il modulo espressivo di Saccà è una visione labirintica degli ingorghi cittadini; le sue opere sono simboli di omologazione, dove il colore è l’elemento uniformante, oltre al pattern ossessivo nel quale traccia in maniera netta strade, incroci e circuiti dell’urbe.

A rompere la monocromia e la monotonia di un loop inarrestabile l’artista inserisce un’entità di disturbo, una macchina che, per diverso colore, differisce dall’insieme e che in quel tutto cerca di staccarsi come a voler fuggire da quegli ingranaggi “chapliniani”.

L’occhio, inevitabilmente, cade su questo particolare, che funge da evidenziatore, attirando lo sguardo per effetto di dissonanza.

Quella nota “stonata” è colui che nel traffico si sente vittima e non carnefice ma che nella realtà ricopre invece entrambi i ruoli, inconsapevolmente.

Nelle sue visioni personali la velocità è congelata, come in un fermo immagine; come la vita stessa che in balia del caos quotidiano si ferma, sobbalza e scalpita; anch’essa imbottigliata nei propri pensieri.

Questa immobilità trova una via d’uscita nella creazione di spazi mentali inusuali in cui inserire ulteriori chiavi di lettura come l’accumulo compulsivo, di cui l’automobile è uno dei simboli più rappresentativi.

Il traffico è un parallelo della nostra esistenza, un pretesto per ragionare ed escogitare dei piani di fuga.

Nulla di accidentale: nell’ora di punta è tutto calcolato, geometricamente connesso.

Gli inserti in legno sono una scelta materica che aiuta a collocare il concetto nel paesaggio, di mare o di città che sia; sono barriere di contenimento, un astratto filare di alberi lungo strade che si interrompono là dove il taglio delle lamiere a bordo pannello chiude inesorabilmente la coda delle auto.